Il concetto di spazio nell’arte romana

di Francesca Pellicanò

Un fattore fondamentale, per la comprensione di ogni periodo artistico, è il rapporto che si instaura tra l’artista e lo spazio. Questo binomio, le modalità e le caratteristiche attraverso il quale si sviluppa, e si evolve, è l’artefice di ogni periodo artistico.

La visione dello spazio, viene espressa soprattutto in due forme d’arte: la pittura e l’architettura.

Se nell’architettura, l’opera vive lo spazio, si espande, prendendo forma in esso, nella pittura la presenza dello spazio viene perseguita e rappresentata, grazie all’ausilio di accorgimenti nel disegno e nel colore.

La ricerca dello spazio, è un aspetto importante anche nel viaggio alla scoperta dell’arte romana. Infatti, Roma e la sua arte, non possono prescindere dalla concezione dello spazio e dalla sua elaborazione, all’interno della creazione.

La comprensione della visione dello spazio, nelle varie forme d’arte, è legata indissolubilmente alla pittura greca, dove si sviluppa la scoperta e l’inserimento della prospettiva e del chiaroscuro, fattori, che contribuiscono in modo determinante, alla definizione della figura nello spazio.

E’, dunque, nella cultura artistica greca della seconda metà del IV secolo a.C. che la pittura conquista il più elevato sviluppo dello spazio, all’interno dell’opera.

Nella pittura romana, diverse fasi storiche si susseguono, descrivendo la parabola di un diversa resa dello spazio. Il maggior serbatoio da cui attingere testimonianze, per la comprensione dello sviluppo di questa forma d’arte a Roma, considerando anche il suo rapporto con la concezione dello spazio, lo troviamo nelle città sommerse dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

In questi luoghi, si sono conservate un enorme quantitativo di pitture, in particolar modo affreschi parietali. Ma nello stesso cuore pulsante della civiltà romana, ossia a Roma, si sono conservati diversi esempi di questo genere d’arte, a dimostrazione, che i modelli generati dal centro, si ramificano nella periferia.

La pittura riveste una certa importanza nella cultura italica, ancor prima dell’avvento di Roma. Probabilmente artisti di varia provenienza, sono attivi in età repubblicana, ma ciò non costituisce, comunque, una spinta tale da dar vita ad una scuola pittorica, dotata di caratteristiche proprie.

E’ durante l’epoca sillana, che nasce quella che si può definire, la tradizione pittorica romana. Molti pittori greci e molte opere greche sono giunte a Roma. Ogni casa signorile, è ornata da diverse decorazioni pittoriche.

Lo spazio nel I stile

Diverse fasi si succedono, caratterizzando la pittura romana: il I Stile, presente anche nell’area ellenistica, nel III e II secolo a.C. è caratterizzato dalla presenza di finte strutture architettoniche, che dividono lo spazio in tre zone.

Le variazioni di questa fase, risiedono nell’accostamento tra i diversi colori utilizzati e nelle varianti delle proporzioni descritte.

Lo spazio nel II stile

Il II Stile, che non si diffonde in modo netto al di fuori della città di Roma e delle città vesuviane, nel periodo che va dal 120 a.C. al 50 a.C. circa.

Un esempio eloquente, è rappresentato da una casa sul Palatino, denominata ( per un particolare decorativo ) “Casa dei Grifi”, dove si preserva uno dei più antichi modelli dell’ornamentazione parietale di questo stile: delle colonne finte sono rappresentate sulle pareti, avvalendosi di un tocco prospettico.

Di qualità estremamente elegante, è la decorazione di una casa scoperta vicino alla Farnesina, ( la villa del Rinascimento realizzata dal Peruzzi e ornata da Raffaello per Agostino Chigi ).

La casa della Farnesina, collocata nei pressi del fiume Tevere, sulla riva destra, dovrebbe essere stata realizzata tra il 30 ed il 25 a.C. e costituisce uno specchio esemplare, delle inclinazioni artistiche, delle classi superiori, tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’età augustea.

Su una parete si esprime una decorazione di finte architetture ( II Stile avanzato ). Di particolare rilevanza è il riscontro dei finti quadretti sul fondo bianco, immessi nella decorazione, come delle emulazioni di pitture appartenenti allo stile, che assume l’arte greca intorno al 460 a.C.

La propensione per il classico, che sfocia spesso nell’imitazione, rappresenta il gusto espresso dell’élite augustea. Tra il 30 ed il 25 a.C. si può pensare che sia del tutto completata l’evoluzione del II Stile, con risultati rilevanti sia a Roma, che nelle città vesuviane.

Il gusto per il classico trova spesso traduzione nell’imitazione, attitudine peculiare, della raffinata società augustea. Ma la ricerca del passaggio tra arcaico e classico, è capace di generare sprazzi di raffinata maturazione, che possono sfociare in una eleganza particolare.

Questo aspetto si evidenzia in un’ampia sala raffigurante un giardino, unico scampolo della Villa che Livia, moglie di Augusto, possiede oltre Prima Porta.

Il giardino della Villa di Livia, è una pittura, che non ha paragoni. Oltre esili recinti, emerge un rigoglioso bosco, formato da specie vegetali di vario tipo, uccelli giocano tra i rami e solcano il cielo, sfumato da variazioni di colore.

Lo sfondo azzurro, suggerisce un forte senso di ariosità e spaziosità, ci si trova per questo, davanti ad un’opera in grado di delineare finemente, la dimensione dello spazio e la sensazione dell’atmosfera.

La Casa di Livia

Le pitture di una casa signorile sul Palatino, denominata “Casa di Livia” ( che potrebbe rappresentare una porzione della casa privata di Augusto ) si snodano su una parete, che potrebbe esprimere il modello della cosiddetta ultima fase del II Stile.

Oltre ad avere come connotato le finte architetture, che squarciano le pareti e sembrano effettivamente eliminarle, questa fase determina una propria formula, costituita da un’ampia apertura al centro, e due più piccole sui lati, modello influenzato dalle scene teatrali.

Sul principio e l’evoluzione delle decorazioni parietali, caratteristiche delle abitazioni romane, non si è ancora trovata una totale comprensibilità.

Molti dei componenti che vi troviamo, vengono considerati di matrice ellenistica, ma la perdita delle decorazioni parietali, nelle città ellenistiche, comporta la mancanza di una testimonianza diretta. Per questo non è facile comprendere quanto i pittori, che portano questi elementi a Roma, abbiano realizzato una innovazione, o da quali centri provenissero.

Ciò che è certo, è che una volta inseriti, questi elementi devono aver avuto una evoluzione, sviluppandosi all’interno dell’arte romana. L’inclinazione all’illusione prospettica, al voler valicare le pareti, attraverso l’ausilio delle finte architetture e delle vedute, conosce un incremento dopo il 60-63 d.C. in quello che è stato definito IV Stile o stile fantastico.

Lo spazio nel III stile

La tendenza a valicare le pareti, trova un margine nel simultaneo compiersi di una decorazione di carattere tendenzialmente ornamentale ( detta III Stile ), sviluppatasi circa tra il 15 a.C. ed il 40 d.C. per Roma, il 60 d.C. nella zona di Pompei.

Una volta incrementata nuovamente, la tendenza alla pittura prospettica, si realizza in una nuova declinazione, inserendo in una vera e propria scenografia, formata da una disposizione architettonica, degli elementi tratti da altri contesti.

In questa fase, nessun ingrediente nuovo di impronta ellenistica viene assimilato, ne dal punto di vista dei registri figurativi, ne dal punto di vista delle ornamentazioni architettoniche. In seguito al 79 viene meno, in ambito pittorico, l’ausilio della vasta testimonianza, proveniente dalle città nei pressi del Vesuvio.

Esaurito il contributo ellenistico, si interrompe anche la caccia della prospettiva e dell’illusione in ambito pittorico. I modelli principali, consistenti in un’ampia edicola centrale, accanto alla quale si sviluppano due aperture di dimensioni ridotte, sono proposte per lungo tempo.

Anche nella pittura, dunque, possiamo rilevare due tendenze diverse, come nella scultura: una legata alla tradizione medio-italica, che propone, con scopo evocativo ed ancestrale, prodotti indissolubilmente uniti agli accadimenti autoctoni.

L’altra, che ha scopi principalmente decorativi, si basa sul patrimonio ellenistico, rivisitandolo, in chiave ornamentale.

Con la fine dell’influenza ellenistica, trova sviluppo una vera e propria pittura autoctona, che sfocia principalmente nella pittura di carattere storico, applicata agli edifici pubblici e nella pittura di matrice trionfale.

La Domus Aurea

E’ nella Domus Aurea, che si evidenziano delle pitture dalle forme liquefatte. Da qui nasce la tendenza, che distinguerà la pittura tardo romana, portatrice della soppressione dei passaggi di chiaroscuro, creatrice di un approccio diretto tra luci ed ombre, senza mezze tinte.

La pittura, erede diretta del prosperoso amalgama chiaroscurale della pittura ellenistica su tavola, inizia la disgregazione del naturalismo, finendo per smarrire ogni approccio con la oggettività della natura.

La disgregazione della forma, non favorisce la resa della spazialità, ma si dirige verso un’ideale immaterialità, che esploderà dopo il III secolo.

Roma, museo archeologico di Palazzo Massimo, sala degli affreschi dalla villa di Livia
Roma, Mercati Traianei o di Traiano

La questione dello spazio, annoverato dentro le demarcazioni di una costruzione e l’accezione che l’individuo assume all’interno di quella determinata area, è un quesito determinante, per la comprensione di una forma d’arte, come l’architettura.

Se nella pittura, i romani sembrano rielaborare il concetto di spazio di matrice ellenistica, nell’architettura si assimilano i modelli ellenistici per l’esterno degli edifici, mentre l’interno vive una vita diversa, in cui gli ambienti diventano progressivamente più abbondanti di apparati spaziali.

Di primaria importanza è la copertura a volta ( da cui nasce la cupola ), e la volta si fonda sull’assetto dell’arco. I primi archi vengono impiegati per ponti ed altre costruzioni di carattere pratico, già nel III secolo a.C. Il primo utilizzo dell’arco in un’ampia struttura di Roma, è nei magazzini denominati Porticus Aemilia realizzati vicino al fiume Tevere, nella prima parte del II secolo a.C. dotati di circa duecento camere con volte a botte.

Le strutture a carattere funzionale, sono i primi edifici dotati di notevoli dimensioni a Roma, in cui i templi, per molto tempo, si sviluppano in piccole dimensioni.

Dall’arco prende vita la volta a botte, la cui presenza è testimoniata tra la fine del III secolo ed il II. Nel corso dell’epoca tardo repubblicana si realizza la volta a crociera, seguita, in epoca neroniana e flavia, dalla cupola emisferica.

La fase finale dell’età repubblicana, non porta a compimento le innovazioni artistiche e tecniche, raggiunte da quella stupefacente schiera di architetti dell’età di Silla, grazie ai quali, nascono edifici, a Roma, come ilTabularium.

I risultati raggiunti nell’età sillana, trovano una fioritura solo al termine dell’età di Claudio, intorno al 50 d.C. e poi un incremento nell’epoca di Nerone e degli imperatori Flavi. Un interessante tipologia di edificio, che si sviluppa in epoca repubblicana è la basilica, dotata di pianta rettangolare.

Alcune costruzioni appartenenti a questa tipologia, possiedono un portico situato sulla parte esterna, in uno dei lati lunghi. L’interno è frazionato in tre navate e spesso dotato di un abside, la cui forma descrive una semicirconferenza, posta sul lato più corto di fondo.

Questa tipologia di costruzioni, sono adibite alla gestione della giustizia o utilizzate per incontri, inerenti lo svolgersi della vita civica. L’epoca augustea, è portatrice di espressioni d’arte cristallizzate in una raffinato gusto di corte, ponendosi come una fase a parte, all’interno dell’evoluzione dell’architettura romana.

Un cambiamento incisivo, si attua nell’epoca di Nerone, con la Domus Aurea ( 64-68 ).

Palazzo dei Flavii

L’evoluzione continua con il palazzo dei Flavi, situato sul Palatino, cominciato da Domiziano tra l’87 ed il 96 e poi incrementato; e nei Mercati di Traiano, realizzati all’inizio del II secolo.

Con Adriano, che nutre una passione per l’architettura, si conquistano nuove concezioni, confluite in realizzazioni architettoniche, che contengono degli interni articolati, in cui si incarnano le esplorazioni intraprese in questo senso, nell’epoca di Nerone.

In questa fase, non solo nelle costruzioni di matrice utilitaristica, ma anche in quelle di carattere imperiale, si riscontrano realizzazioni innovative.

L’epoca di Nerone

L’epoca di Nerone a quella in cui si registra un mutamento decisivo nell’arte romana: qui nasce una nuova visione dello spazio, che nella pittura da vita alle ornamentazioni di matrice fantastica della fase conclusiva pompeiana, ma dalla quale trae anche origine quella rottura e disgregazione portatrice della fine della prospettiva spaziale; nell’architettura invece, lo spazio interno si articola in forme verso le quali la presenza umana, avverte un vivo senso di dinamismo.

Piena incarnazione delle evoluzioni, che vive il trattamento delle superfici e la materializzazione delle costruzioni, nell’arte romana, l’architettura non è più un esclusivo strumento di realizzazione e costruzione, si trasforma in un concetto, che mira a plasmare gli spazi, rendendoli viva espressione delle conquiste artistiche e tecniche raggiunte.

Roma, la Domus Aurea, sala ottagona

Bibliografia

Bianchi Bandinelli Ranuccio, Roma L’arte romana nel centro del potere, Bur Arte, Biblioteca Universale Rizzoli, Seggiano di Pioltello, Mi, 1996

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