La tragedia nella Roma antica

La tragedia a Roma nasce nel III secolo a.C., su imitazione dei modelli greci; tra III e II secolo a.C. questo genere gode di grande successo, in particolare grazie a Marco Accio e Lucio Pacuvio, mentre in seguito subisce un forte declino; perché torni in auge, bisogna aspettare fino al I secolo d.C., quando è attivo il più grande tragediografo della letteratura latina: Seneca. Dopo di lui, il genere della tragedia a Roma si esaurisce.

L’età arcaica: nascita della tragedia a Roma

La tragedia, genere mutuato dalla letteratura greca, nasce a Roma nel III secolo a.C.: proprio al 240 a.C. risale la nascita della letteratura latina, anno in cui lo Stato incarica Livio Andronìco di inscenare una fabula greca, ovvero una rappresentazione teatrale.

A Roma, la tragedia si distingue in:

  1. crepidata o coturnata di imitazione greca (da crepìs o cothurnus, alto calzare greco), che imita soprattutto Euripide, il più realista dei tragici greci, e, quindi, il più apprezzato dai Romani;
  2. praetexta di argomento romano (da praetexta, toga bordata di porpora, indossata dai ragazzi fino all’età virile, nonché dai magistrati).

Entrambi i tipi di tragedie, come la commedia, sono composte da un prologus, la sezione iniziale in cui un messaggero narra gli antefatti, il deverbium, dialogo tra i vari personaggi e il canticum, la monodia intonata con l’accompagnamento del flauto da un personaggio, in momenti di particolare pathos, mentre il coro o è assente o sta sulla scena senza intervenire affatto e l’orchestra è occupata dai sedili dei senatori.

Gli autori di tragedie dell’epoca arcaica sono:

  • Livio Andronìco (nasce a Taranto nel 280 a.C. – muore tra il 207 e il 200 a. C.): è il primo autore di tragedie crepidatae, ispirate al ciclo troiano, come l’Achilles, l’Aegisthus, l’Equos Troianus
  • Nevio (nasce in Campania verso il 269 a .C – muore ad Utica verso il 200 a.C.): è il primo autore di tragedie praetextae, ovvero il Romulus, che tratta delle origini di Roma, e il Clastidium, nel quale viene rappresentata la vittoria che Marco Claudio Marcello riporta a Casteggio sui Galli nel 222 a.C.;
  • Ennio (nasce a Rudiae nel 239 a.C. – muore nel 169 a.C.): è autore di due praetextae, ovvero l’Ambracia, nella quale glorifica l’impresa di Marco Fulvio Nobiliore in Etolia, e le Sabine, che rappresentano il ratto delle Sabine da parte dei giovani Romani;
  • Marco Pacuvio (nasce a Brindisi nel 220 a.C. – muore a Taranto attorno al 140 a.C.): nipote di Ennio, frequentatore del circolo ellenizzante degli Scipioni, poeta, ma anche pittore del tempio di Ercole presso il Foro Boario, Marco Pacuvio è un uomo di grande dottrina e molteplici capacità artistiche. Egli è autore di crepidatae ispirate ai tragici greci minori, per lo più di argomento troiano, quali il Dulorestes, l’Hermiona e l’Armorum iudicium, ma anche di pratextae, quali il Paulus, che celebra la vittoria riportata nel 168 a.C. dal console Lucio Emilio Paolo a Pidna sul re di Macedonia Perseo; le sue tragedie sono ricche di pathos, offrono spunti per profonde riflessioni filosofiche e sono dotate di una ardita doctrina e uno stile elevato e magniloquente;
  • Lucio Accio (nasce a Pesaro nel 170 a.C. – muore attorno all’86-85 a.C.): è il principale poeta tragico dell’età arcaica; è notevole il fatto che di questo, Accio avesse una piena consapevolezza, come dimostra la collocazione, da parte sua, di una statua nel tempio delle Muse, di dimensioni molto superiori alla norma. Della sua produzione ci rimangono 46 titoli di cothurnatae, di cui possediamo, però, solo 700 versi, e due praetextae, il Brutus, dedicata a Lucio Giunio Bruto, che aveva cacciato i Tarquini nel 520 a.C., e gli Aeneade sive Decius, in cui è inscenato l’eroico sacrificio di Publio Decio Mure nella battaglia di Sentino nel 295 a.C.; frequentatore, come Pacuvio, della società degli Scipioni, Accio compone tragedie colte e fortemente patetiche, caratterizzate da versi ricchi di figure di suono e termini rari.

L’età aurea

Con l’esaurirsi dell’età arcaica, i Romani perdono interesse per i generi teatrali; nell’età aurea, dunque, come la commedia, così anche la tragedia decade. Di questo periodo abbiamo notizia solamente di una tragedia di Ovidio, una Medea, di cui ci rimangono solo due versi, ma che doveva aver riscosso un notevole successo, perché molto apprezzata sia da Seneca che da Quintiliano.

L’età imperiale

Relativamente all’età imperiale, abbiamo notizia di un solo autore di tragedie, il più grande di tutta la letteratura latina: Lucio Anneo Seneca. Egli è autore di nove tragedie crepidatae, che imitano Euripide, ovvero:

  1. l’Herculens furens, che tratta del furor che si impadronisce di Ercole per volontà di Giunone;
  2. le Troades, in cui vengono rappresentati i sacrifici di Polissena e di Astianatte;
  3. le Phoenissae, in cui vengono rappresentate Antigone e Giocasta che cercano di mettere pace in Edipo e tra i fratelli Eteocle e Polinice;
  4. la Medea, che tratta del furor infanticida che coglie Medea;
  5. la Fedra, che tratta dell’amore nefasto di Fedra per il figliastro Ippolito;
  6. l’Oedipus, che rappresenta il dramma di Édipo, il quale, resosi conto dei propri misfatti, si punisce accecandosi;
  7. l’Agamennon, che tratta del delitto compiuto da Elettra ed Egisto ai danni di Agamennone;
  8. il Thiestes, che rappresenta l’orrore della tirannia, attraverso la vicenda di Atreo, che si vendica del fratello Tieste, il quale gli ha usurpato il regno e la moglie, uccidendo i suoi figli e imbandendone le carni;
  9. l’Hercules Oetues, che riabilita il personaggio di Ercole, il quale si purifica fino all’apoteosi mediante una morte tormentata e stoicamente sopportata.

Queste tragedie sono contraddistinte da sententiae e riflessioni di carattere filosofico, da uno stile fortemente retorico e da una scarsa azione drammatica: per questo, si pensa che fossero scritte per la lettura, e non per essere inscenate. In esse sono rappresentate, probabilmente con finalità catartica e didascalica, le passioni più cruente e gli abissi più profondi del furor che agita l’animo umano, il tutto espresso con toni e immagini violente; lo stile delle tragedie, dunque, si pone in fortissimo contrasto con le opere filosofiche e, per questo, si è pensato che esse fossero opera di un altro autore; tuttavia, la critica moderna ha confermato la paternità di Seneca. Allo stesso Seneca è stata attribuita dalla tradizione anche una praetexta, l’Octavia, che, però, per ragioni di stile e contenuto, gli è estranea.

In seguito, la tragedia vive un periodo di forte declino, che durerà fino al Medioevo, età in cui fioriscono le sacre rappresentazioni e le forme dialogate di carattere religioso.

Autore: Luana Vizzini

Bibliografia

Accio, I frammenti delle tragedie, a cura di V. D’Antò, Lecce 1980.

  1. Aricò, Livio Andronico, in Storia della civiltà letteraria greca e latina, a cura di I. Lana – E. V. Maltese, vol. II, Torino 1998, pp. 271-274.

Id., L’esaurimento delle forme drammatiche, in ibidem, pp. 409-414.

Id., Nevio e il teatro, in ibidem, pp. 276-291.

Id., Pacuvio, in ibidem, pp. 353-360.

  1. Casaceli, Lingua e stile in Accio, Palermo 1976.
  2. D. Jocelyn, The tragedies of Ennius. The Fragments edited with an Introduction and Commentary, Cambridge 1967.
  3. Lana, Lucio Anneo Seneca, Torino 1955.
  4. Mazzoli, Seneca e la poesia, Milano 1970.

Pacuvio, Fragmenta, a cura di I. D’Anna, Roma 1967.

Seneca, Tutte le opere, trad. di G. Reale, Milano 2000.

  1. Traina, Lo stile “drammatico” del filosofo Seneca, Bologna 1987.
  2. Von Albrecht, Seneca, in Storia della letteratura latina, vol. II, Torino 1995, pp. 1157-1203.

 

 

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