Roma: dal paganesimo al cristianesimo


Costantino

di Paola Serata

L’originalità di Roma: l’esempio di Volusiano

Nell’articolare un discorso sulla diffusione del cristianesimo nella grande capitale dell’impero, nell’umbilicus mundi, in primo luogo bisogna sottolineare la particolarità di Roma: innanzitutto bisogna pensare come l’Urbe fosse un contesto assai variegato e complesso in cui molti gruppi etnici differenti si erano venuti ad amalgamare dal momento in cui la storia di Roma divenne non solo la storia di una città, ma di un impero.

In questa situazione articolata pagani e cristiani sono riusciti a convivere in modo più pacifico e tollerante rispetto ad altri centri del Mediterraneo, come Alessandria.

Uno dei casi più emblematici di questa pacifica convivenza, nella prima metà del V secolo d.C., è quello caratterizzato dal nobile Rufio Antonio Agripnio Volusiano, prefetto urbano nel 417-418 d.C. e prefetto al pretorio d’Italia nel 428-429 d.C.

Questo personaggio era stretto amico del pagano Rutilio Namaziano, ma in rapporti anche con Agostino; egli rimase pagano fino a poco prima della sua morte, quando si convertì a Costantinopoli vegliato dal patriarca della città Proclo e dalla nipote Melania la Giovane.

Benché la madre fosse stata cristiana insieme con la sorella Albinia (madre di Melania la Giovane), Rufio Antonio Agripnio Volusiano era stato per tutta la sua vita pagano in linea con la sua educazione gentilizia, caratteristica nelle grandi famiglie di senatorie: pagano era stato il padre Ceionio Rufio Albino, prefetto urbano nel 389-391 d.C., e il nonno Ceionio Rufio Volusiano Lampadio, prefetto urbano nel 365-366 d.C.

Dunque la storia dei nobilissimi Ceionii ben esemplifica il passaggio graduale e lento dei membri di influenti famiglie dal paganesimo al cristianesimo.

Un membro della medesima famiglia, Publio Ceionio Cecina Rufino, era stato ricordato da Girolamo perché, sebbene fosse stato un pontefice pagano, fu trascinato alla conversione dai suoi parenti cristiani e soprattutto dalla nipote Paola, colei che seguì poi Girolamo in Palestina e che già bimba, seduta sulle ginocchia del nonno, avrebbe fatto risuonare gli alleluia a Dio.

Certo queste storie sono affascinanti e catturano l’attenzione, però il processo di cristianizzazione di Roma non può essere ridotto alla somma di conversioni individuali.

Una nuova vita cerimoniale

Nelle città antiche, dunque anche a Roma, lo spazio urbano è un complesso strutturato in cui i cittadini hanno la possibilità di manifestare la propria presenza, consapevoli del fatto di “possedere” quel luogo; pensiamo ai senatori che possiedono la Curia, la plebe i Fori ed i circhi, soprattutto il Circo Massimo e Flaminio.

La nuova vita cerimoniale, che iniziò a prendere avvio concreto con Costantino, una volta eliminata l’ascesa al tempio di Giove Ottimo Massimo dell’Augusto al momento del suo arrivo, privilegiò altri luoghi per favorire l’”incontro” dell’imperatore con la propria città: la Curia, i Rostra (tribuna degli oratori) dove il popolo si riuniva numeroso ed il circo dove la plebe si esprimeva liberamente sia per quanto concerne la vita politica sia per quella religiosa.

Celebre è l’episodio di Costanzo II in occasione del suo adventus nel 357 d.C.: l’imperatore fu ampiamente criticato dalla folla perché aveva eletto al soglio episcopale di Roma due vescovi, Liberio (più intransigente) e Felice (più aperto agli ariani).

Le grida della plebe, la sua voce nel circo che si innalzava, proclamando il proprio credo (un solo Dio, un solo Cristo, un solo vescovo), furono più convincenti di una delegazione di ricche matrone, tanto che Costanzo si decise nella scelta del solo Liberio.

A partire da Costantino la mancata ascesa dell’imperatore al tempio di Giove Ottimo Massimo poneva fine a qualsiasi forma di contatto con le basi culturali e cultuali del paganesimo, che già Costantino stesso aveva definito una aliena superstitio (superstizione estranea).

Questo rifiuto attuato da Costantino il 29 ottobre 312 d.C. non implicava solo un rifiuto religioso, ma soprattutto un allontanamento definitivo da quella vita cerimoniale sul Campidoglio, che aveva visto per secoli alternarsi gli Augusti.

Inoltre si consumava definitivamente la rottura di quel legame, per secoli indissolubile a Roma, tra l’esercizio del potere politico e la pratica del sacerdozio: pratica questa che aveva scandito la vita delle magistrature repubblicane e poi dell’imperatore, quando Augusto riassunse nella figura del princeps il potere del pontefice massimo.

Anche Costantino, però, mantenne il pontificato massimo o per meglio dire non osò dismettere ma lontano da Roma e soprattutto dai compiti che quel sacerdozio aveva comportato nei i secoli precedenti.

Parallelamente invece la visita alla Curia il discorso nella tribuna degli oratori nel Foro dimostrano il carattere oramai solo civile dell’adventus; ciò dimostra perche la basilica dedicata a Pietro in Vaticano, pur essendo visitata dai membri della famiglia imperiale durante i loro soggiorni a Roma, non abbia mai assunto la stessa funzione, sia civica che religiosa, del tempio di Giove.

Dopo essere giunti nell’Urbe, gli Augusti depongono il diadema presso la tomba venerata del santo e davanti ad essa si prostrano dimenticando momentaneamente il loro statuto.

Se per generazioni l’ascesa al tempio capitolino aveva rappresentato una legittimazione politica e religiosa sul popolo, la tomba di Pietro sospinge gli imperatori ad essere parte della plebs Dei, come attestano autorevoli fonti quali Agostino e Giovanni Crisostomo.

Sempre in rapporto al valore devozionale delle basilica di San Pietro, Procopio, nella sua opera La guerra gotica, ricorda che Totila, dopo la presa di Roma nel 546 d.C., si sia recato a pregare sulla tomba del santo, mentre i suoi goti trucidavano i cittadini; mentre pregava si avvicinò il diacono Pelagio che convinse con le sue preghiere il re barbaro a ordinare ai suoi di porre fine ai massacri.

Campidoglio e Basilica di San Pietro

Questi due luoghi, che rappresentavano rispettivamente il sacro pagano e quello cristiano, apparvero in concorrenza in occasione del sacco di Alarico.

Nel 408 d.C., quando Alarico assediava l’Urbe, il prefetto urbano Gabinio Barbato Pompeiano venne in contatto con “alcuni giunti a Roma dalla Tuscia”.

Durante l’incontro asserirono, secondo quanto è tramandato da Zosimo, che a Narni (in Umbria) ricorrendo a riti tradizionali avevano allontanato il pericolo dei barbari; Pompeiano informò a sua volta di ciò Papa Innocenzo che, anteponendo la salvezza della città alla propria fede, concesse ai tusci di mettere in atto tali riti, purchè lo facessero di nascosto.

Tuttavia i tusci asserirono che i riti avrebbero avuto effetto solo se celebrati pubblicamente, con tutti i senatori, davanti al popolo; ma il Papa, i senatori ed il popolo rifiutarono e scelsero la via delle trattative con i barbari; trattative che si protrassero per circa due anni fino alla tragica data del 410 d.C.

L’attitudine che Zosimo descrive riguardo l’atteggiamento di Papa Innocenzo durante il suo colloquio con Pompeiano, illustra u elemento di estrema importanza.

Siamo ancora negli anni in cui pagani e cristiani ancora convivono nella stessa città; il cristiano Innocenzo, che antepone alla propria credenza personale la salvezza di Roma, dà il suo consenso a celebrare questi riti alla condizione che fossero celebrati di nascosto, a ovviamente per i pagani questa richiesta era inaccettabile perché per loro un rito aveva efficacia se svolto pubblicamente, al contrario dei cristiani che necessitavano di un’unità tra loro senza che l’atto di fede fosse necessariamente pubblico.

Quanto a Roma la persistente centralità del colle capitolino nella topografia urbana trova riscontro nelle dure invettive cristiane; ad esempio Girolamo ci dice: “il Campidoglio dorato diviene sudicio per l’incuria; la fuliggine e le ragnatele hanno ricoperto tutti i templi di Roma. La città si sposta dalle sedi che le sono proprie ed il popolo romano, riversandosi per i templi diroccati, accorre alle tombe dei martiri” (Lettere, 107, 1).

Apparentemente le parole di Girolamo sembrerebbero in netto contrasto con la politica attuata dalle autorità ecclesiastiche che, tra il IV ed il V secolo d.C., munirono ognuna delle 14 regioni, in cui la città era stata suddivisa in epoca augustea, di almeno una basilica.

A ciò però facevano riscontro le eccezioni costituite dai Fori, il Palatino ed il Campidoglio: questi luoghi costituivano ancora un polo intatto dove, alla metà del V secolo d.C., i cristiani non avevano costruito ancora propri edifici di culto.

Nel 410 d.C. Alarico occupava Roma e la città eterna (ormai della sua eternità si cominciava a dubitare) fu saccheggiata per tre giorni: da questo grave avvenimento epocale Agostino decise di redarre la sua Città di Dio ed Orosio la sua Storia contro i pagani.

Il racconto del saccheggio della città in Orosio si impernia tutto su un episodio assai significativo.

Uno dei barbari, “potente e cristiano”, entrò in una domus e domando con garbo tutto l’oro e l’argento ad un’anziana vergine consacrata a Dio.

La donna gli mostrò tutti i vasa d’oro che c’erano in casa, questi per bellezza, luminosità e peso stupirono l’uomo; la vergine però precisò che si trattava dei sacra ministeria (sacri servizi) di Pietro.

Il barbaro, scosso dal timore di Dio, si rivolse ad Alarico, che ordinò che questi sacri oggetti fossero condotti in processione fino alla Basilica Vaticana sotto scorta affinchè nessuno li violasse; così fu.

Per Orosio dunque narrare il sacco di Roma, significava raccontare questo mitico episodio del trasporto dei vasa, del canto di inni, della plebs Dei che si salvò da violenze sfilando in processione verso la Basilica di Pietro.

La rappresentazione delle reliquie dei principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, come simboli salvifici che difendono Roma dai nemici era presente nella letteratura cristiana, pensiamo ai citati Agostino, Girolamo ed Orosio, a cui possiamo aggiungere Giovanni Crisostomo, Paolino da Nola, e più tardi Papa Leone Magno.

Di fatto i beati Apostoli erano considerati difensori della città, come si evince dalla lettera del 535 d.C. inviata a Giustiniano in occasione della Guerra Gotica; in tale testo si fa riferimento al fatto che la salvaguardia dai nemici veniva appunto dalla presenza dei due santi, i duo propugnacola (due bastioni), come li avrebbe definiti un secolo più tardi Venanzio Fortunato.

Il tempo civico

Bisogna chiarire però quali mutamenti avvennero, in età tardo antica, a Roma nell’ambito del tempo cittadino nel periodo molto lungo di transizione dal paganesimo al cristianesimo; ci baseremo sull’analisi di tre documenti:

  • calendario dipinto sotto Santa Maria Maggiore
  • calendario di Filocalo redatto nel 354 d.C.
  • calendario di Polemio Silvio composto nel 449 d.C.

Questi sono documenti molto importanti in quanto molto diversi rispetto ai calendari urbani e municipali diffusi in tutti i centri dell’Italia.

Il primo calendario, sotto Santa Maria Maggiore, era stato datato al IV secolo d.C., invece studi, tra il 1972 ed il 1982, hanno abbassato la cronologia al 176-224/275 d.C.

Aver sottratto questo calendario all’età costantiniana costituisce una tappa molto importante in quanto si porrebbe come anello di congiunzione tra i calendari noti che possediamo, appartenenti al I secolo d.C., e quelli altomedievali.

Questo calendario, insieme a quello di Filocalo, sono due manufatti eccezionali: il primo adornava due pareti di un cortile porticato ed era arricchito per ciascun mese da una raffigurazione dei lavori campestri, che si svolgevano in quel periodo; il secondo era contenuto in un codice miniato che Furio Dionisio Filocalo (il noto calligrafo di Papa Damaso) donò ad un nobile romano di nome Valentino.

Se si passano in rassegna le ricorrenze di questi due calendari si può notare come siano ricordate le stesse festività (fasti, ludi, giorni in cui i magistrati entravano in carica…); ma mentre il primo è chiaramente pagano (lo si deduce dalle raffigurazioni), il secondo è un dono di un cristiano per un cristiano e doveva avere carattere antiquario e non di calendario “aggiornato”.

Le indicazioni fornite dai calendari, sebbene “fredde”, non vanno sottovalutate; anzi paradossalmente questa loro freddezza perché sono specchio fedele dei ritmi civici; una vita civica che a Roma ha dunque subito una transizione assai complessa e più articolata rispetto a quella che risulta da meccaniche periodizzazioni storiche.

Significative sono le annotazioni cristiane nel calendario di Polemio Silvio, redatto in Gallia nel V secolo d.C. ed indirizzato ad Eucherio, vescovo di Lione.

Le annotazioni riguardano le principali festività, Natale, Epifania, Pasqua, l’istituzione dell’eucarestia domenicale, la depositio di Pietro e Paolo e le feste relative a dei santi locali.

Ora non è tanto la menzione delle principali feste cristiane a stupire, quanto la presenza ancora dei genetliaci degli imperatori e feste tradizionali pagane.

In questo calendario, come in quello di Filocalo, sono scomparsi i dies natales dei templi ad eccezione di due: l’8 aprile dies natalis del tempio dei Castori ed il 13 giugno dedicato alle Muse (quest’ultimo doveva essere in relazione al tempio di Hercules Musarum) probabilmente per motivi legati alla via civica, ad esempio due gemelli divini erano ricordati negli auguri di buone navigazioni.

In relazione a ciò si esprimeva il profondo rammarico di Papa Leone Magno per la passione dei romani, anche quelli cristiani, per gli spettacoli, tanto che a suo avviso, dopo il sacco di Roma del 455 d.C., il popolo spendeva ancor di più il suo tempo “per i demoni che per gli apostoli”.

Quindi, per quanto riguarda le ricorrenze pagane si nota una continuità nella loro registrazione e nella loro pratica, indice del fatto che la cristianizzazione dell’Urbe non fu un processo immediato, ma pacato e lento, in cui, almeno all’inizio, si sentì la difficoltà da parte dei papi e dei padri della Chiesa di distogliere del tutto la plebe romana dalle proprie “abitudini”; così per lungo tempo il paganesimo ed il cristianesimo convissero e coesisterono.

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