Storia ed evoluzione dell’anfiteatro

di Serena Sfameni

La parola ’αμφιθέατρον appare per la prima volta in epoca imperiale e precisamente in Vitruvio (De arch., I, 7), il quale nomina una sola volta l’amphiteatrum senza indicarne la destinazione e non dà alcuna norma per la sua costruzione.

L’edificio è tipicamente romano nonostante il nome di origine greca, che contrariamente all’etimologia data da Isidoro di Siviglia (Or., XV, 2) e Ovidio (Met., II, 25) indica non un semplice raddoppiamento del teatro, ma uno spazio destinato agli spettatori (θέατρον) che corre intorno all’arena.

Nell’iscrizione dedicatoria in lingua latina dell’anfiteatro di Pompei (CIL I, 1246), databile circa nel 70 a.C., l’edificio è designato col nome di spectacula, che può riferirsi sia al luogo dello spettacolo che a quello riservato agli spettatori.

Il termine indica una costruzione destinata allo svolgimento dei ludi gladiatori (munera) e ai combattimenti di animali (venationes), nella quale intorno a un campo centrale (l’arena) si elevavano su pianta ellittica e in forma di gradinate i posti per gli spettatori.

Iscrizione dedicata ai costruttori dell’anfiteatro.

Soltanto all’inizio del I sec. a.C. in seguito alle guerre civili e alla fondazione di numerose colonie di veterani sembra sia sorto il bisogno di creare un teatro permanente per le lotte gladiatorie, che precedentemente avevano luogo in occasione di funerali solenni, ma che ormai erano divenute nelle città rappresentazioni abituali.

Gli indizi più antichi relativi all’esistenza di gare da combattimento ci provengono da alcune pitture tombali di Paestum e da diversi oggetti (urne e vasi) dell’Italia meridionale.

Inizialmente i giochi erano un semplice prolungamento dei ludi funebres, come già anticipato, in cui si opponevano alcune coppie di combattenti presso la tomba di un valoroso guerriero; la gladiatura verso la fine del II sec. a.C. divenne una vera professione.

I combattimenti tra gladiatori ebbero origine verosimilmente in Campania e da qui passarono nel Lazio; il primo munus romano conosciuto avvenne nel 264 a.C. nel Foro Boario, come testimonia Livio.

Vi fu un rapido incremento di questi spettacoli, che a Roma a partire dal 216 a.C. e in quasi tutto il periodo repubblicano si celebrarono nell’area del Foro romano, dove si innalzarono appositi palchi di legno; quindi in questa fase iniziale si crearono delle impalcature provvisorie con i sedili per gli spettatori, ovviamente strutture precedenti alle costruzioni permanenti in pietra.

Sui lati lunghi dell’area destinata ai combattimenti sopra le tribune smontabili in legno erano realizzate balconate lignee, chiamate maeniana dal nome del censore Maenius, il primo ad averle erette nel 338 a.C.

L’iniziale forma oblunga dell’arena creava inconvenienti ai combattimenti e agli spettatori; in seguito verrà modificata la forma e la curvature delle tribune favorendo la buona visione dello spettacolo da tutti i punti.

Anche qualche anno dopo la costruzione del primo anfiteatro ligneo eretto nel 53 a.C. per iniziativa di C. Curione (Cic. Ad Fam., II, 3; Plin. Nat. Hist., XXXVI, 116), che volle onorare con lotte gladiatorie la memoria del padre defunto, si continuarono a celebrare i giochi nel Foro.

Anche Cesare fece erigere nel 46 a.C. (in occasione del suo quadruplice trionfo) come recinto per le lotte gladiatorie e le venationes una costruzione in legno (Cassio Dione, XLIII, 22).

Il motivo per cui Roma rimase indietro rispetto ad altre città italiane nella costruzione degli anfiteatri in pietra si deve al timore di dare al popolo un luogo stabile che potesse essere utilizzato soprattutto nel periodo repubblicano anche per dimostrazioni politiche.

Soltanto nel 29 a.C. durante il principato di Augusto Statilio Tauro eresse per primo nel Campo Marzio un anfiteatro permanente, costruito quasi completamente in pietra, che andò distrutto nell’incendio di Nerone dell’anno 64 d.C. (Svet., Aug., 29).

Manca qualunque traccia della prima elaborazione del tipo architettonico ligneo, che si ebbe a Roma fino a Nerone e anche in seguito specialmente presso i reparti dell’esercito durante le spedizioni.

L’anfiteatro di Pompei

Il più antico anfiteatro stabile sicuramente datato è quello di Pompei, eretto o per lo meno iniziato poco dopo l’80 a.C. da Quinzio Valgo e M. Porcio. Vediamo in esso già adottata la forma ellittica, anche se più che di un ellisse si tratta di una curva policentrica.

L’anfiteatro di Pompei.

Ma vi sono anfiteatri di forma più tondeggiante, naturalmente propria di quelle strutture derivanti dall’integrazione di una cavea teatrale (come quello di Cirene) oppure nel caso di edifici di carattere misto, teatri destinati anche a spettacoli gladiatori, nei quali la cavea tendeva ad assumere la forma di una curva chiusa.

L’anfiteatro di Pompei è nella struttura l’opposto della costruzione lignea, esso è ricavato per metà nel terrapieno; l’arena risulta quasi totalmente affossata nel suolo, a causa della massa di terra riversata all’esterno per l’erezione degli ordini superiori dei posti.

Le gradinate in pietra sono divise in tre ordini, solo immediatamente dietro al primo e al più basso ordine di posti (l’ima cavea) corre un passaggio in muratura a volta; la base su cui poggiano i rimanenti ordini consiste in un terrapieno sostenuto per metà dall’angolo orientale delle mura di cinta e per il resto contornato da una parete di sostegno, rafforzata da una serie di arcate di opera incerta di pietra vesuviana e conci di calcare.

Sulla metà libera dell’ellisse due scale doppie e due semplici conducono alla galleria terminale da cui si scende alla summa cavea.

Ai gradini del primo e del secondo ordine si giunge per mezzo di una serie di scalette semplici e doppie uscenti da un ambulacro scoperto che gira intorno all’arena, diviso in quattro settori, al quale si accede sia dai due ingressi principali sull’asse maggiore (140 m. circa) sia dai due passaggi perpendicolari a questo.

Uno stretto passaggio tra essi conduce alla porta libitinensis, dalla quale si portavano fuori dall’arena i corpi dei caduti e dei feriti. Si è calcolato che vi era posto per circa 20.000 spettatori. Un podio circonda l’arena in modo che l’inizio delle gradinate fosse a una certa altezza da questa.

Al momento dello scavo esso fu trovato coperto di pitture raffiguranti i ludi che si davano nell’anfiteatro. Nel parapetto vi sono ancora tracce delle gabbie di ferro, che si inserivano a protezione degli spettatori, con incisi i nomi delle persone a cui erano riservati i posti della prima fila.

Lungo il coronamento esterno della galleria superiore rimangono grossi anelli in pietra dove erano infissi i pali per sostenere il velario.

Negli anfiteatri la forma ellittica dell’arena deriva dalla necessità di poter sviluppare in essa i cortei, le sfilate e le azioni di combattimento; inoltre questa particolare ellisse, simile quasi ad un ovale, cerca di combinare l’ideale spazio rotondo per rappresentazioni, realizzato dall’orchestra nel teatro greco, con il campo da combattimento oblungo.

L’anfiteatro in pietra

Accanto a questa forma di anfiteatro che cerca di utilizzare le disponibilità naturali, vi è un altro tipo più rigorosamente architettonico. Non è esatto affermare che la costruzione su terrapieno, nonostante l’esempio di Pompei, sia precedente a quella in muratura.

La scelta tipologica era dovuta essenzialmente a due fattori: la situazione topografica e i mezzi di cui si poteva disporre. In linea generale si potrebbe dire che su terrapieno si costruivano gli anfiteatri pertinenti a piazze militari; di norma invece quelli cittadini erano in pietra.

L’anfiteatro in legno rappresenta l’archetipo di quello in muratura che si presenta come una vera e propria costruzione.

Il passaggio ad una struttura in pietra è reso possibile nel corso del II sec. a.C. in seguito al perfezionamento presso i Romani della tecnica delle volte; però sembra che gli anfiteatri in muratura non siano apparsi prima dell’inizio dell’epoca imperiale, più precisamente appartengono al periodo della fondazione di città e colonie augustee.

Ad eccezione di quello di Pompei nessun anfiteatro è precedente alla costruzione del primo teatro in muratura, il teatro di Pompeo a Roma (55 a.C.). Ciò porterebbe a pensare che i principi costruttivi adottati negli anfiteatri in pietra per la cavea siano derivati da quelli già usati per la cavea in muratura del teatro romano; tuttavia a differenza di quest’ultimo anfiteatro, oltre alle scale destinate agli ordini superiori, possedeva un sistema di corridoi che, passando sotto la cavea, conducevano all’interno dell’edificio.

Nella seconda metà del I sec. a.C. l’importanza dei ludi scenici è testimoniata non solo dalla costruzione del teatro di Pompeo, infatti successivamente a questo ne furono costruiti altri: l’anfiteatro provvisorio di Scauro (29 a.C.), il teatro di Balbo (13 a.C.) e il teatro di Marcello (inaugurato nel 13 a.C.).

Teatro di Marcello

Il tipo architettonico trova la sua maggiore espressione nell’anfiteatro Flavio, che accanto all’anfiteatro Castrense, piccola struttura di età severiana, è l’unico a Roma.

Roma, il Colosseo o anfiteatro Flavio

Il principio formale della cavea in pietra è ottenuto, come già anticipato, trasponendo nell’anfiteatro la cavea del teatro romano in muratura, cioè trasferendo sull’ellisse il sistema delle sostruzioni radiali inclinate verso l’interno.

Inoltre si tende per quanto possibile a non restringere troppo gli sbocchi verso l’arena degli accessi situati all’estremità dell’asse maggiore, che servivano per il passaggio dei lottatori o per i cortei.

Sezione ricostruttiva del Colosseo

I muri radiali sono collegati mediante volte a botte, che seguendo l’inclinazione delle sovrastanti file di posti, si restringono ad imbuto. A questo sistema radiale di sostruzioni (consistenti in pilastri di pietra congiunti da mura di mattoni o di reticolato) si collega un secondo sistema, nel quale una serie di passaggi e di scale consentono l’accesso agli ordini di posti a sedere.

I passaggi si diramano a diversi piani e altezze sotto la cavea ed intorno all’arena, inoltre sono collegati tra loro da gradinate e cunicoli. Il numero di questi corridoi concentrici dipende dalla grandezza dell’anfiteatro.

Ad ogni piano dietro gli ordini di arcate della facciata esterna si trova un corridoio circolare, che nel pian terreno offre agli spettatori uno spazio per passeggiare o per ripararsi in caso di pioggia.

Nei due maggiori anfiteatri, a Capua e a Roma, tale corridoio è doppio, ciò è dovuto probabilmente al maggiore afflusso di pubblico e conseguentemente alla necessità di un più ampio riparo. Generalmente gli anfiteatri hanno due ordini di arcate (come a Nimes e ad Arles) a cui può aggiungersi un piano attico con finestre.

Le aperture di quest’ultime possono essere rettangolari oppure ad arco. Dietro il muro dell’attico corre tutt’intorno un passaggio simile ad una galleria a colonne, la quale offriva spazio per i posti in piedi (maenianum summum in ligneis), ma serviva principalmente a riparare dalle intemperie gli spettatori degli ordini superiori. Solo pochi anfiteatri hanno tre piani di arcate, due esempi sono il Colosseo e l’anfiteatro di Capua.

Anfiteatro di Capua.

La cavea poteva essere interrotta da praecinctiones (corridoi), passaggi esterni tra i diversi ordini di posti a sedere, sui quali si trovavano le scalinate; oppure era formata (come si suppone nel caso del Colosseo) da una serie digradante di file di posti (gradationes) in mezzo alle quali si collocavano le porte di accesso alle scale (vomitoria).

A ridosso dell’arena la cavea si elevava verticalmente in una sorta di podio, il quale aveva diverse funzioni: proteggere gli spettatori dai combattimenti, assicurare una migliore visuale agli ordini inferiori (file di posti riservate alle persone più influenti) e inoltre inserire all’interno un corridoio munito di porte rettangolari che permettessero ai combattenti nelle lotte con gli animali di ritirarsi in caso di pericolo.

Al di sopra del piano più elevato sporgevano delle antenne che sostenevano i velari, destinati a riparare gli spettatori dal sole; in molti anfiteatri si trovano incavi ed anelli in pietra per fissare le antenne. È probabile che si trattasse di una copertura parziale spostabile all’occorrenza in ogni punto con l’aiuto di una rete di corde.

Potevano anche essere impiegati marinai per la manovra delle velae. I piani superiori dovevano essere ornati di statue, come si desume dalla riproduzione del Colosseo nelle monete di Tito ma anche dalle impronte riscontrate in loco.

Sezione dell’anfiteatro flavio (Museo della Civiltà Romana).
Sesterzio di Tito (80-81 d.C.): D/Tito seduto sulla sella curule circondato da armi; R/ Il Colosseo

L’arena

Non possiamo concludere questo excursus sull’evoluzione dell’anfiteatro tralasciando l’arena, il luogo in cui avvenivano i combattimenti e il centro dello spettacolo. Esso era un campo cosparso di sabbia, non lastricato, spesso munito di un sistema più o meno complesso di sotterranei, usati principalmente per il deposito delle suppellettili sceniche.

Nel Colosseo sembra siano state trovate anche gabbie per le belve. Questi sotterranei avevano coperture mobili in legno, le quali mediante un meccanismo semplice venivano abbassate in diversi punti.

L’acqua piovana si raccoglieva nei sotterranei, dove era necessario un sistema di prosciugamento, indispensabile quando negli anfiteatri (come nel Colosseo) si organizzavano naumachie.

L’anfiteatro è di creazione campana, la prosperità di quest’area alla fine del II sec. a.C., il dinamismo dei suoi architetti e la lunga tradizione della gladiatura sono fattori che ne autenticano la paternità; ma per origine, concezione e significato è più meritevole della qualifica di “romano”.

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