Uccisioni rituali nell’antico Egitto

di Deliana Manetta

La questione delle uccisioni rituali di esseri umani nell’antico Egitto è stata oggetto di un lungo dibattito da parte degli studiosi, i quali hanno affrontato l’argomento con riserve e riluttanza, sostanzialmente a causa della debolezza e scarsità delle evidenze archeologiche e testuali al riguardo, ma anche per una certa resistenza nell’ammettere che una pratica così feroce fosse stata praticata dagli antichi Egizi.

Grazie al progredire delle ricerche archeologiche, oggi l’ipotesi generalmente accettata dalla maggioranza degli studiosi – seppur non ancora definitiva – ammette che i riti di uccisione furono effettivamente messi in atto in Egitto in un periodo molto antico della sua storia.

Il contesto storico delle uccisioni rituali nell’antico Egitto

All’alba del III millennio a.C., la terra del Nilo stava portando a termine il graduale processo di formazione che l’avrebbe trasformata in un complesso sistema statale con una solida organizzazione politico-economica e una struttura sociale fortemente gerarchizzata.

Al vertice del potere, la neonata istituzione monarchica regnava su un territorio unificato, ma ancora in fase di assestamento e consolidamento. Sebbene il centro amministrativo e politico fosse Menfi, a sud-ovest dell’odierno Cairo, questi primi sovrani – fondatori della I dinastia – scelsero di farsi inumare ad Abido, nel sud del paese, presso la loro città d’origine Tinis.

Fu lì che, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le loro sepolture riemersero per la prima volta dopo millenni: delle tombe vere e proprie era rimasta soltanto la struttura sotterranea (1), mentre a 1,5 km di distanza sorgevano le vestigia di imponenti cinte a “facciata di palazzo” (decorazione a sporgenze e rientranze) destinate ai riti funerari.

La scoperta delle sepolture sussidiarie

La scoperta più insolita fu, però, la grande quantità di piccole tombe distribuite a centinaia tutt’intorno alle sepolture reali e alle cinte (2).

Denominate “sussidiarie” perché connesse all’edificio centrale, tali sepolture ospitavano ciascuna un solo individuo insieme al rispettivo corredo funerario – oggi in gran parte perduto a causa dei saccheggi perpetrati sin dall’antichità e delle maldestre procedure di scavo delle prime campagne archeologiche.

Le ricerche e lo studio dei reperti rinvenuti permisero di identificare gli occupanti delle tombe sussidiarie con personale di servizio, membri dell’harem, dipendenti specializzati, funzionari e dignitari di basso rango della corte faraonica.

La sorpresa fu maggiore quando sepolture sussidiarie dello stesso tipo (anche se in numero inferiore) furono scoperte anche presso altre necropoli egiziane, in particolare a Saqqara, necropoli di Menfi, dove era sepolta la classe dirigente – dimostrando che tale pratica funeraria non era esclusiva dei faraoni, ma veniva riservata anche ai membri della famiglia reale.

Umm-el-Qaab – Ricostruzione planimetrica della necropoli reale di Abido, in cui si possono notare gli agglomerati di sepolture sussidiarie che incorniciano le più grandi tombe dei sovrani.

L’ipotesi dell’uccisione rituale

Inevitabilmente, la scoperta sollevò la possibilità che le persone inumate, membri della corte, fossero state uccise in occasione delle cerimonie funerarie per accompagnare il defunto (il faraone o i membri della famiglia reale) nell’aldilà e continuare a prestargli i servizi di cui egli avrebbe avuto bisogno.

Allo stato attuale degli studi, questa ipotesi è sostenuta da diversi elementi indiziari:

  • Le tombe sussidiarie erano state costruite scavando lunghi fossati, suddivisi, poi, in singole camere funerarie da pareti in muratura. L’accesso avveniva dall’alto, pertanto il soffitto poteva essere completato e la tomba definitivamente chiusa soltanto dopo che le cerimonie funebri e la deposizione del defunto e del suo corredo erano terminate. Poiché la copertura era unica e senza interruzioni per tutte le tombe dello stesso gruppo, le inumazioni devono essere avvenute nello stesso momento.
Le vestigia della tomba di Djer, uno dei sovrani della I dinastia. La foto consente di osservare la struttura interna delle sepolture sussidiarie.

Ricostruzione di una mastaba dell’élite a Saqqara. Vi è evidenziato il sistema di copertura delle piccole tombe sussidiarie.
  • Nella maggior parte dei casi analizzabili, gli inumati avevano un’età alla morte compresa tra i 20 e i 25 anni; si tratta, cioè, di individui molto giovani anche per l’età media di vita dell’epoca.
  • La distribuzione e il rapporto tra soggetti maschili e femminili non corrispondono a una popolazione naturale.
  • Ad Abido e a Saqqara sono state ritrovate alcune tavolette della stessa epoca, raffiguranti una cerimonia regale – non ancora identificata, ma compatibile con un funerale – nella quale un personaggio con le braccia legate dietro la schiena è raffigurato trafitto al petto da un uomo che impugna un oggetto acuminato.
Frammento di una delle tavolette protodinastiche che raffigurano la scena del prigioniero trafitto.

Un quadro di questo tipo è, senza dubbio, da ricondurre a decessi prematuri, avvenuti simultaneamente. L’accuratezza e la precisione con cui tali sepolture furono progettate e realizzate e il protrarsi del fenomeno per diverse generazioni escludono, però, morti di massa dovute ad epidemie o calamità naturali.

D’altra parte, i resti scheletrici disponibili non hanno, apparentemente, rivelato indiscutibili tracce di traumi che possano comprovare una morte violenta dovuta all’azione umana (in mancanza di altre evidenze, si ipotizza che il decesso fosse avvenuto per strangolamento o avvelenamento).

L’uccisione rituale nella civiltà egizia

La pratica era perfettamente inserita nella concezione antico-egizia della regalità e di un’esistenza post mortem del tutto simile a quella terrena, in base alla quale il defunto doveva essere equipaggiato con tutto ciò che era distintivo del suo status in vita e che gli sarebbe stato utile per la sua vita ultraterrena – oltre a suppellettile varia e scorte alimentari, anche personale di servizio.

Non è possibile affermare se solo la lealtà, la devozione e la fiducia verso il re fossero sufficienti affinché centinaia di persone acconsentissero ad affrontare la morte volontariamente o, per lo meno, in maniera passiva.

La gente comune che partecipava alla cerimonia considerava, forse, un onore sacrificarsi per il proprio signore e trascorrere con lui l’eternità; in modo particolare, nell’Egitto delle prime dinastie solo al sovrano era garantita una vita dopo la morte, al fianco degli dei; pertanto, le persone sacrificate speravano, forse, in una qualche forma di partecipazione nell’aldilà, seguendo direttamente il faraone nella morte.

L’interpretazione del fenomeno

Dalla IV dinastia, nelle tombe comparvero variopinte scene parietali, statuette di servitori e modellini, che riproducevano lo svolgimento di attività di produzione alimentare, i quali avevano il potere magico di sostituire il soggetto o l’azione rappresentata, rendendoli disponibili al defunto nell’aldilà.

Perché all’inizio della storia egiziana, dunque, era ritenuto necessario che servitori in carne e ossa fossero sottoposti al crudele rituale?

La pratica delle uccisioni rituali si verificò in una fase instabile della storia egizia, in cui il nord e il sud del paese erano stati appena unificati sotto il governo della nuova – e ancora precaria – figura del faraone.

La sua debolezza si rivelava, soprattutto, in momenti di passaggio particolarmente delicati, come quello della morte del sovrano e della successione al trono, percepiti come una temporanea vittoria delle forze del caos (3). Che effetto poteva avere, dunque, tale cruento rituale in una fase del genere?

L’immolazione di un così gran numero di individui doveva essere stato un teatrale e drammatico atto di forte impatto sulla società che, con forza dirompente, deve aver colpito l’immaginario collettivo in un momento in cui la sovranità aveva un estremo bisogno di legittimazione.

L’ostentazione e l’esibizione di beni nel corso di grandiose cerimonie funerarie avrebbero esaltato, infatti, la forza e l’autorità del potere centrale, la sua capacità di disporre liberamente delle risorse materiali e umane dello stato.

Ciò contribuì, quindi, al sostegno dell’ideologia monarchica emergente e a creare l’idea di una classe dirigente potente e autorevole, proprio nell’instabile fase della formazione statale.

La fine del rituale

Il fenomeno ebbe breve durata: le sepolture sussidiarie diminuirono gradualmente dopo la metà della I dinastia e furono del tutto scomparse già nella II.

Poiché il rituale era nato in un preciso contesto storico-sociale, probabilmente fu il venire meno dei fondamenti storici e ideologici che ne erano stati alla base a costituire uno dei fattori determinanti per la sua scomparsa: il consolidamento dell’unificazione del territorio e la definitiva sistemazione delle strutture politiche e amministrative con l’avvento della III dinastia (dal XXVII secolo a.C.) evidentemente non rendevano più necessarie certe forme di riconoscimento del potere regale.

Non si può, inoltre, escludere il fattore economico; tali forme d’investimento massiccio di risorse materiali o, come in questo caso, umane devono aver avuto un certo peso nella società, soprattutto se gli individui uccisi erano effettivamente personale specializzato al servizio del defunto di cui la corte si sarebbe privata.

Quella dell’uccisione rituale nell’antico Egitto è ancora una tesi che non ha trovato conferme definitive. Tuttavia, sebbene le testimonianze a favore siano esigue e, spesso, di dubbia interpretazione, non vi è, finora, nessun elemento che possa confutare questa ipotesi, la quale è, allo stato attuale, l’unica ad offrire una spiegazione unitaria per tutti gli indizi disponibili.

Del resto, forme sacrificali dello stesso tipo erano diffuse in diverse civiltà del passato, ad esempio la quasi contemporanea Mesopotamia (4). Perché, dunque, ciò non può essere accaduto anche in Egitto?

Note

  1. Una semplice camera in muratura con il soffitto di travi lignee.
  2. Una simile disposizione delle tombe richiama un altro costume funerario ben noto nelle successive dinastie, con cui, però, non deve essere confusa: l’uso di costruire mastabe satelliti attorno alle piramidi dei faraoni, destinate ai nobili o ai membri della famiglia reale – un’usanza che rispecchiava l’elevato grado di centralizzazione politica e religiosa raggiunto dallo stato egiziano. La differenza sta nel fatto che le tombe sussidiarie protodinastiche non appartenevano alla nobiltà, ma a funzionari di basso rango, membri dell’harem e personale di servizio.
  3. Questo particolare momento della regno richiamava, secondo il mito, la temporanea sconfitta di Osiri da parte di Seth: il dio Osiri, sovrano d’Egitto, fu ucciso (diventando, così, il dio dell’oltretomba) dal malvagio fratello Seth, intenzionato ad impossessarsi del potere. Il figlio di Osiri, Horo, riuscì a spodestare e sconfiggere lo zio, riprendendosi il trono di cui era legittimo erede.
  4. Nella necropoli protodinastica di Ur (metà del III millennio a.C., circa), presso l’odierna città di Nassiria, le tombe reali ritrovate contenevano, oltre al corpo del defunto principale, i resti di decine di servitori, cortigiani e soldati, uccisi per accompagnare il loro signore nel suo ultimo viaggio.
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